Archive for the ‘racconti (scritti male)’ Category

oroscopo

8 aprile 2012

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quella specie di fagotto che vedete sopra è mia sorella, che ha invaso i miei spazi e si è addormentata nel mio letto, un pò come fanno certe specie animali che si insediano in un ambiente e lo fanno loro.

la cosa surreale è che mentre lei dorme io sto disegnando interrogandomi sulla curvatura della spina dorsale di un uomo adulto visto di schiena, un pò di 3/4, con la gamba sinistra dietro e quella destra in avanti.
in compenso, quando mia sorella dorme io mi diverto a farle i dispetti. il primo è questo post.
successivamente sono arrivati i lanci di cose puzzolenti tipo calzini usati e fazzoletti sporchi.

ieri ripensavo al tipo che fa la pubblicità dell’evasione fiscale (vedete il post della spesa) e pensavo che mi dispiace tanto per lui… cioè, lui esce di casa e la gente gli fa “scusi, ma lei è quello che evade le tasse in tv? guardi che la vengono a prendere!!”

se non ci credete guardate qua:

http://qn.quotidiano.net/cronaca/2011/09/03/574281-attore_evasore_dello_spot_gente.shtml

insomma, sta cosa sembra fuori di testa solo a me?
ti fanno vedere una pubblicità progresso per non evadere, e la prima cosa che pensi è “guarda quello sfigato che evade le tasse!”?
e c’è anche qualcuno che pensa che sia vero??
cazzo, 2 lustri abbondanti di reality ci hanno veramente fuso il cervello.

(dio che puzza i miei calzini!!!)

mi sembra così stupido che ci sia qualcuno che pensi veramente che quell’attore in realtà sia un evasore vero. è incredibile come l’uomo riesca ad andare sulla luna, e nonostante questo sia ancora colpevole di certi livelli di stupidità.

un’altra cosa è l’oroscopo e la chiaroveggenza. fosse per me, li metterei tutti in galera.
vediamo cosa dice il mio oroscopo della settimana: digito “oroscopo online” e clicco su un sito a caso…direi oroscopo.it, che mi pare il più random di tutti.

l’oroscopo della settimana del lavoro recita:
Avete raggiunto uno scopo in campo professionale ultimamente e questo potrebbe aver dato fastidio a qualcuno che vi è vicino. Del resto dovevate aspettarvi qualche gelosia! (oh, wow, da solo non ci sarei mai arrivato…alzi la mano chi non ha dei colleghi rompicoglioni al lavoro…)
I vostri colleghi potrebbero comunque approfittarsi della vostra carica ed energia per farvi fare qualcosa al posto loro! Sta a voi decidere se assecondarli per rientrare nelle loro grazie o se decidere di non farvi più sfruttare!(e ancora… dove sta la novità? se mi faccio il mazzo me ne accorgo anche da solo…e se non me lo faccio sono convinto di farmelo lo stesso, quindi non ho certo bisogno dell’oroscopo per convicermene…)

vediamo che dice l’ammore!
I single si guarderanno bene dal presentarsi a personaggi improbabili portati dagli amici, poiché potrebbe essere una loro piccola trappola per far conoscere due persone sole ma male assortite l’una con l’altra!
(ma che cazzo…mai sentito parlare di appuntamento combinato?)

e la cosa migliore sono sempre i commenti!!!

“questo è troppo forte dice una cosa vera dopo l’altra e mi piace da morire pensare k prima nn ci credevo”
a quanto pare nel dizionario non ci credi ancora…

“bravissimooooo e tutt l verità”
questo secondo me manco sa leggere…non so come faccia a capire che è la verità.

e dulcis in fundo:

“mi sá che quello messo peggio, sono io…. ariete, ascendente ariete, nell’ oroscopo cinese tigre e Giaguaro in quello maya!!! per di piú sono anche nato con un gemello omozigota !! perció siamo anche in 2!!!”
già…se anche tuo fratello gemello crede a ste cazzate allora si che stai messo male, amico.

vi racconterò una storia zen su queste cose.

un giorno, il samurai dell’est andò dalla chiaroveggente per farsi predire il futuro. arrivato al centro del paese, davanti alla tenda della veggente vide il samurai dell’ovest.
“anche tu qui?” disse il samurai dell’est.
“voglio farmi leggere il futuro.” rispose quello dell’ovest.
mentre decidevano su chi sarebbe entrato prima, arrivarono anche i samurai del sud e del nord.
“seguiremo l’ordine naturale” disse quello del nord, che era solito prendere le decisioni per tutti e 4.
“per primo entrerà l’est. poi il sud, poi poi l’ovest e infine entrerò io, il nord.”
i samurai accettarono l’ordine del nord, ed entrarono uno alla volta.
quando anche il nord fu uscito, confrontarono tra di loro le previsioni della veggente.
“a me ha detto che domani dovrò uscire con l’ombrello.” disse l’est.
“io pure!”disse il sud.
“lo stesso vale per me.”esclamò l’ovest.
“ha detto la medesima cosa anche a me…”concluse il nord.
dubbiosi, i quattro samurai si salutarono.
il giorno dopo, il samurai dell’est prese l’ombrello, uscì, e cominciò a piovere. felice, aprì il suo ombrello.
il samurai del sud, nonostante il sole che brillava alto nel cielo, decise di seguire il consiglio della veggente e prese con sè il suo ombrello. dopo pochi minuti di cammino, la fronte gli bruciava e le braccia scottavano, così come le spalle. allora aprì l’ombrello e con esso si fece ombra.
il samurai dell’ovest uscì di casa a fatica, perchè tirava un grandissimo vento, e le nuvole correvano veloci. dopo pochi passi si dovette fermare perchè il vento sollevava la polvere e le foglie, gettandoglieli negli occhi. allora aprì il suo ombrello, e usandolo come protezione riuscì a riprendere il suo cammino, coprendosi il viso.
anche il samurai del nord aveva seguito il consiglio della veggente, ed era uscito con il suo ombrello. non pioveva, non era caldo, e non tirava vento. fece ciò che doveva fare e si rimise sulla via del ritorno. tornato a casa rimise l’ombrello nel porta ombrelli e si coricò.
il giorno dopo, si recò dalla veggente, e come si aspettava trovò gli altri 3 samurai.
“aveva ragione!” esclamarono tutti e 3 in coro.
ma il samurai del nord entrò nella tenda sguainando la spada e uscì con la testa della veggente.
“ci ha gabbato, sta mignotta…” disse il samurai del nord, in modo molto poco zen.
“ci ha dato un consiglio che poteva essere utile in qualsiasi situazione…con la pioggia, con il sole, o con il vento.”
“ma a te non è successo niente?” chiese il samurai del sud.
“io non sono uscito.” disse quello del nord.
“ma come no” esclamò quello dell’est “poche righe più su c’è scritto che sei uscito!”
“era una trappola per i lettori” rispose quello del nord con aria compiaciuta. “ho fatto finta…!”
“ma allora… se uscivi magari pioveva…” mormorò il samurai dell’ovest.
“o magari no. ho preso con me l’ombrello, ma siccome non dovevo uscire, non sono uscito. sta baldracca dava per scontato che sarei uscito, e io gliel’ho lasciato credere. se le avessi detto che stavo in casa, mi avrebbe detto “mettiti le pianelle!”… in quel momento ho capito che era una truffa: se avesse letto veramente il futuro, avrebbe visto che non sarei uscito e quindi mi avrebbe dato un altro consiglio.”
“vuoi forse dire che ci danno a culo??” disse il samurai dell’est, visibilmente scosso.
“serve forse la chiaroveggenza per capire che devo ripararmi dalla pioggia o dal sole? o dal vento? ogni giorno piove, o c’è il sole, o c’è il vento.”

detto questo se ne andrò verso il tramonto, diventando una sagoma stagliata contro il rosso del sole calante.
“stai sbagliando strada!” disse il samurai dell’ovest.
“vabbè, la faccio un pò più lunga, ok? che palle, io devo sempre tornare verso nord, mai una volta che debba andare verso il tramonto, uffa.”

e i 3 samurai dell’ovest, dell’est, e del sud commetterono seppuku per fare ammenda della loro stupidità.

FINE.

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uomo sbagliato vs. fitness (parte III)

10 marzo 2012

ist: signor uomo sbagliato, lei ha qualcosa contro gli stupri tra maschi?
uomosb: veramente sarei un pò all’antica…. cioè, mi piacciono i classici, il sano vecchio stupro uomo-donna, sa com’è.
ist: non si preoccupi, sa perchè nello spogliatoio ci sono i rasoi e la schiuma da barba?
uomosb: per radersi?
ist: no, perchè il venerdì sera prendiamo il più leggero, gli rasiamo le chiappe (e la schiena, se ce n’è bisogno) e poi gliemo buttiamo in culo sotto la doccia.
uomosb: ah, ottimo. posso saltare questa parte dell’allenamento? già che ci siamo, c’è uno che quando si fa la doccia ripete in continuazione “mamma mia, mamma mia”, anche se non parla con nessuno.
ist: è quello del venerdì scorso.
uomosb: ah ecco.

uomo sbagliato vs. fitness parte II

8 marzo 2012

a quanto pare nelle palestre usa fare una sorta di programma di lavoro, chiamato percorso. insomma, ti dai degli obiettivi, qualcosa che non sia solo guardare le giovani universitarie sudate o scoreggiare sulla panca degli addominali per lasciare un regalino a quello che la userà dopo di te.

vabbè, dopo circa una settimana devi decidere con l’istruttore quanto pompaggio vuoi fare, e con quali attrezzi. farò pesi? quanti? e le trazioni? e gli addominali? e le scoregge? e tutte ste cose qua.

ovviamente io sono l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.

istruttore grossissimo muscoloso (ist.)
: bene signor sbagliato, che vogliamo fare?
uomo sb: eh? come?
ist: che percorso vogliamo fare!
uomo sb: non saprei, non sono pratico.
ist: vabbè allora faccio io. a steroidi come stiamo messi?
uomo sb: ma scusi, non stanno nello spazio quelli?
ist: ah ah, riderei se non avessi i muscoli della faccia troppo contratti da anni di palestra. il suo umorismo è fine quasi quanto il mio apparato riproduttivo.
uomo sb: anche lei non scherza a battute.
ist: grazie. mens sana in corpore sano. allora che vogliamo fare? lei si sarà posto un obiettivo!
uomo sb: una volta ho fatto una scoreggia di almeno 10 secondi!
ist: questo non le ingrosserà i deltoidi.
uomo sb: no, è vero.
ist: e a dieta come stiamo messi? proteine o carboidrati?
uomo sb: non so, la pizza e la birra dove stanno?
ist: lei è la sintesi della disgrazia, signor sbagliato. ma non si preoccupi, faremo di lei un vero uomo!
uomo sb: mi farete rimpicciolire il pene?
ist: e anche il cervello, anche il cervello! un giorno anche lei sarà degno di indossare la sacra cintura!
uomo sb: quella che usa quell’armadio là per non farsi uscire una vertebra mentre solleva quei pesi?

a parte questo, ieri sono stato ad un incontro sull’educazione, roba che devo fare per lavoro. l’incontro era diviso in introduzione – cena – conclusione. la cena era offerta.

in questo contesto, ho appreso di una divertente forma di vita presente nella mia città, ovvero “l’imbucato scroccone”.
pare che questo soggetto sia presente a qualsiasi evento con cibo gratis. nonostante l’aspetto che lo fa assomigliare ad un barbone rumeno, sporco e puzzolente, costui deve essere notevolmente organizzato visto che riesce a presenziare a tutti, e dico tutti gli eventi in questione. e dire che a guardarlo non sembra manco che sappia leggere.

la cose divertente è che si porta dietro un registratore di audiocassette, di quelli tascabili (so fucking ’90s) e mentre mangia registra dei brevi promemoria: “*gnam gnam* mangiato salsiccia *gnam gnam* mangiato pasta pasticciata” e così via. insomma, registra quello che mangia.
ora, a parte il fatto che sta malissimo, sicuramente, la cosa che mi affascina è il patrimonio culturale che quest’uomo deve avere. cazzo, a casa avrà pareti intere di audiocassette, che se uno volesse potrebbe ricostruire tutti i menù di tutti gli eventi con buffet/cena degli ultimi 10 anni. e forse anche prima. si potrebbe fare un’indagine, qualcosa come “dal 1990 al 2012 nella città di xxxxxx gli eventi con buffet o cena gratuita hanno fornito un menù quasi sempre a base di questo e quello, incrementando così il livello di obesità. pertanto, è giusto procedere per vie legali con gli organizzatori dei suddetti eventi”.

ok, forse sto lavorando un pò troppo di fantasia, ma vi immaginate che roba? io sono sgomento, come dice mia sorella.

crouching tiger, hidden dragon, squalo sono me.

14 febbraio 2012

(attenzione. per capire questo post dovete aver letto le altre avventure sul tigrone tony, la tigre dei frosties: la prima e la seconda).

l’altra sera sono andato a mangiare una pizza nevosa, in un ristorante nevoso in una pianura campagnola, nevosa anch’essa.
era uno di quei sabati che la pizza ci sta proprio bene. ed era anche molto buona, ma veramente buona. l’unico problema, è che in tutta la sala c’eravamo noi e un’altra tavolata famigliare, di coppie giovani con figli e nonni al seguito. e poi è arrivato il pianobar. la donna del pianobarista, appena ci vede ci accalappia subito.

“ragazzi, se volete stare qua bisogna cantare. fate un pezzo di vasco rossi, magari dei modà?”
eh.
oh?
uh?
“prima possiamo mangiare, grazie?”
“sì ma dopo cantate.”
“neanche morti.”
“uhmpf.”

ma poi chi cazzo sono i modà? cos’è, un gruppo nato da uno che stava camminando per strada, è scivolato su una merda e poco prima di spaccarsi il cervelletto sul marciapiede ha esclamato “porca modà!” invece di “porca madò!”? bho.
in ogni caso, la musica era esagerata e ad un certo punto una giovane mamma sexy ha cantato “vivo per lei” assieme al pianobarista, inutile dire che entrambi erano intonati quanto lo scroto di un rinoceronte che sbatacchia in una palude. al momento di “sfiorarla con le dita” a lei sono uscite le tonsille e una credo sia volata nel forno a legna del pizzaiolo, che ha sbottato e al grido di “basta, non si può andare avanti così! io me ne vado, cazzo!!!” se n’è andato.
io, non potevo far altro che autolesionarmi macinando del pepe nero dentro la birra e stordirmi così, con dell’alcool piccante.
ho pensato alla musica. così, come dicevo, stamattina sono andato a trovare il mio amico Tony, la tigre dei frosties

quindi sono andato a trovarlo al suo appartamento, in una zona periferica della mia città.
“hey tony, cavolo ti sei sistemato per bene! guarda qua che bel tiragraffi che ti sei fatto!”
“eh già….” mi ha risposto lui, un pò svogliato. era seduto su uno sgabello, davanti al tavolo della cucina. con la sua zampona rimestava una ciotola di latte e frosties ormai troppo inzuppati, mentre la sua codona spazzava per terra. il suo fazzoletto era sporco e liso.
“vuoi?” mi fa, porgendomi la tazza.
“ehm… no grazie. ma che hai, tigre? sei triste? dai che stasera comincia sanremo, non sei contento…?”
“mah… insomma….”
“quanti testi hai scritto quest’anno?” faccio io. l’occhio mi corre sulle sue mensole, dove ci sono foto di tony accanto a moltissime star italiane.

“guarda! guarda qui e poi dimmi se non ho ragione ad essere depresso!!!” ruggisce, porgendomi un foglio.

il foglio è tutto strapazzato e ci sono evidenti segni di annusate e graffiate. è il testo di una canzone:

“Lo squalo sono me

Sono il padrone
l’ imperatore
dio degli abissi e delle liquidità
morto uno squalo se ne farà un altro
perchè c’ è già qualcuno che vuol mangiar me”

e continua più o meno uguale.
“cazzo tony, non leggevo una cagata simile dai tempi della cover di creep fatta da vasco. mi pare che ci dai dentro, eh?”
“magari, amico, magari….” fa lui, facendo due giri su sè stesso e accucciandosi sopra un tappeto. “non l’ho scritto io… ormai se li scrivono da soli.”
“ma… vorresti dire che questo l’hanno scritto i litfiba da soli? senza il tuo aiuto??”
“così pare, amico.”
si ferma un attimo, sbadiglia e con la zampa posteriore si gratta dietro un’orecchio.
“ormai non c’è più posto per il vecchio tony… pensa che nessuno mi ha contattato per sanremo, quest’anno…!”
“non dire così tony… vedrai che da qualche parte c’è ancora qualcuno che ha bisogno di te e dei tuoi testi insulsi e stupidotti!”
“una volta, forse. quando la gente era intelligente e riusciva a scrivere bei testi. allora sì, che per scrivere delle cagate aveva bisogno di una tigre. che poi lo sai che noi tigri non sappiamo manco leggere??”
“mi pareva.” faccio io.
“ma ora… ora la gente ha imparato ad essere stupida. a dire cose vuote, senza contenuto. non c’è più bisogno di qualcuno che lo faccia al posto loro.”

tony, amico mio. è dunque la fine? è dunque giunto il momento in cui l’umanità ha imparato ad essere stupida senza l’aiuto di nessuno?

caro amico, c’è crisi e io ti scrivo.

2 dicembre 2011

caro amico mio,
come te la passi nel tuo viaggio intorno al mondo? hai poi trovato quello che stavi cercando, o lo stai ancora cercando? spero che tu stia bene e in buona salute.
io qua tiro avanti, ma sto abbastanza bene dai, non mi lamento. come avrai sentito in giro, c’è crisi, grossa crisi. in realtà se ne parla da qualche anno, anche se sembra che il peggio debba ancora venire. forse si riferiscono al fatto che tra poco ricomincia il grande fratello. o che faranno ancora il festival di sanremo.
in ogni caso, io un pò me la rido, perchè è da tanto che dico che la crisi è cominciata. io è 10 anni che lo dico. il giorno che ho visto la prima pubblicità del grande fratello, ho pensato “cazzo, questo è l’inizio della fine”. ma nessuno mi ascoltava. solo tu mi davi ragione, ti ricordi?
eravamo al bar e fissavamo le tette della cameriera dietro al bancone (gran ragazza quella, è ancora bella come 10 anni fa!) e tu dicesti “io voglio quelle tette!” io pure, risposi. certo, quando dopo siamo andati al centro commerciale e ti ho visto sognante di fronte alla vetrina di intimissimi avrei dovuto capire che avremmo voluto la stessa cosa, ma in 2 modi diversi.
ma anche se c’è la crisi non ce la passiamo male, dai. certo, la de filippi è ancora viva, ma almeno ho talmente tanto di quel lavoro da fare che non ho più occasione di vedere uno straccio di televisione, anche se molte ore le faccio gratis. però almeno così posso distrarmi! purtroppo non tutti stanno bene come me, non so se ti è capitato di leggere qualche giornale italiano, ogni tanto, cmq ci sono dei grossi problemi. ma molto grossi. per esempio, c’è un video porno di belen che gira per internet, e silvio, anche lui non se la passa tanto bene, visto che ora che non è più presidente del consiglio, prende il caffè al bar e poi va ai suoi processi. lo sai che carla bruni è incinta?
ah dimenticavo… ogni tanto passa un alluvione al sud e si porta via un mezzo paese e ne muoiono un pò. a proposito di alluvioni, ti ricordi che andavamo al mare io e te? sai che l’ultima volta che ci sono andato penso che sia stata proprio con te, tanto tempo fa. del resto, come me la spalmavi tu la crema, non lo faceva nessuno. ci mettevi una tale energia…cmq sono ancora convinto che non servisse mettermela sulle chiappe, il sole lì non l’ho mai preso!
caro amichissimo mio, ieri ho letto una storia su novella 2000 (che a mio avviso ci sono gli articoli più interessanti lì, tipo “il”, poi c’è anche il “lo” e il “la”, che pensa è anche una nota musicale, l’ho scoperto grazie alla carla bruni che fa anche la cantante, lo sapevi? povera donna, pensa che potrebbe campare di rendita e invece fa la mamma e canta anche per guardagnare quattro soldi in più… cosa vuoi, c’è crisi…..) dicevo, su novella 2000 ho letto che una povera ragazza, dopo aver fatto 4 interventi di chirurgia estetica per diventare bellissima e riuscire finalmente a fare il lavoro della sua vita (la testimonial della “Nett” quella che fa i fazzoletti da naso), si è fatta portare via il lavoro da una laureata, pure bruttina, che però ha fatto 5 anni di economia e commercio e parla anche 2 lingue. l’hanno presa solo perchè nella città dove lavora è pieno di russi e lei parla russo e vende i fazzoletti ai russi. ma si potrà, dico io? cioè, una si fa il culo (scusami il termine) per diventare bellissima, poi arriva la prima bruttina che solo perchè è più intelligente e più brava con le lingue e coi numeri ti porta via il lavoro? ma in che paese viviamo….
comunque, per fortuna che la televisione ci insegna che dobbiamo essere egoisti, e comincio a notare con piacere che anche qualche genitore moderno trasmette questi bei valori ai suoi figli, come l’egoismo, l’arrivismo e il menefreghismo. pensa che nella scuola dove lavora un amico mio, finalmente i professori hanno capito che siamo tutti uguali, quindi hanno smesso di dare meno compiti ai bambini dislessici e con problemi. solo perchè io sono nato normale e tu no, devo sgobbare di più? mica te l’ha ordinato il dottore di nascere mongolo, caro mio, i tuoi genitori potevano anche abortire, questo è un paese libero, nessuno ti obbliga a venire al mondo!!
insomma, come vedi, nonostante la crisi, qualche nota positiva c’è. è un peccato che io però debba rinunciare al taglio dal parrucchiere, all’aperitivo in centro e a quel bel rolex da 3000 euro, che fa tanto roger federer. eh, ma sai com’è, in tempi di crisi bisogna tirare la cinghia e fare dei sacrifici! pensa che persino in parlamento, i senatori eletti nella prossima legislatura, cioè dal 2013, non percepiranno più il vitalizio mensile di qualche migliaio di euro una volta che a 60 o 65 anni andranno in pensione. io invece sono contento che in pensione ci andrò tardissimo, così continuo a lavorare e non ho tempo per vedere la tivù.
ora è meglio che vada, ti ringrazio per quella bella cartolina che mi hai mandato, coi tacchi sembri proprio più alto, sai? superi anche quel ragazzone muscoloso con la pelle scura che ti abbraccia in vita, quello alla tua destra, dico, non quello alla tua sinistra e nemmeno quello alle tue spalle, che quello è più alto di tutti!
a presto, e fai buon viaggio.

uomo sbagliato

REQUIEM II

7 novembre 2011

il ragazzo biondo si chiamava Gael. aveva 26 anni.
il suo cervello al momento era sparso per la stanza e per il muro, sotto gli occhi di Victor e Jerome. nonostante questo, rimaneva un organo prodigioso.
Gael riusciva ad usare la memoria in modo quasi inumano: poteva richiamare qualsiasi ricordo, non importa quanto vecchio fosse. da quando era stato capace di intendere e di volere, lui si ricordava tutto. a 1 anno e qualche mese si trovava seduto in mezzo alla strada, circondato da lamiere in fiamme, benzina, olio. l’incidente in cui i suoi erano morti.
e lui era illeso.
da quel momento in poi aveva visto solo ospedali, orfanotrofi, e case famiglia.
all’inizio pensavano fosse stupido. non parlava. non partecipava a nulla. ma a 2 anni, era già in grado di applicare certi automatismi matematici come il raggruppamento di oggetti simili, e a 3 sapeva contare, anche se in modo non cosciente. non sapeva contare come contano i bambini alle elementari, semplicemente se gli mettevano davanti 10 matite, lui le raggruppava a 2 a 2. se invece erano più di 10, gli elementi per gruppo aumentavano.
una volta, aveva raggruppato 100 mattoncini lego in 20 gruppi da 5.
a 6 anni leggeva e contava come un bambino di prima media.
la cosa che nessuno a parte lui sapeva, è che riusciva a capire le persone. non solo capiva quello che dicevano, ma capiva se mentivano, e capiva cosa gli passava per la testa. capiva se erano buoni, impulsivi, leali, bugiardi.
a 12 anni nessun bambino voleva giocare con lui perchè Gael non perdeva mai. non era bravo negli sport, ma in qualsiasi altro gioco era imbattibile.
a 16 anni morì, nel modo più brutto in cui poteva morire. ucciso.
venne ucciso da un assassino che prima di lui ne aveva ammazzati altri. e mentre moriva, Gael vide i ricordi del ragazzo che era stato ucciso poche settimane prima di lui. l’assassino si sbarazzò del corpo gettandolo in uno scolo nascosto nella boscaglia poco lontano dall’orfanotrofio.
dopo 48 ore, l’assassino vide arrivare 3 poliziotti, accompagnati da Gael. non poteva morire. la morte per lui era solo apparente, non importa in che modo lo facesse. mentre moriva, vedeva quello che gli occhi delle precedenti vittime avevano visto. quella volta entrò in contatto con Victor, che all’epoca non era ancora detective. ma fu l’unico a credere al racconto incredibile di quel ragazzo sporco e in stato confusionale.

“che cazzo di storia è questa?”
Jerome era visibilmente scosso, e parecchio irritato.
stava nell’ingresso assieme a Victor, aspettando.
“ora dobbiamo solo aspettare, Jerome. Gael ci mette un pò di tempo.”
“un pò di tempo a fare COSA?”
“a….come dire….ricomporsi?” non voleva usare la parola resuscitare. Victor era molto religioso, e quello che Gael faceva era tutt’altro che sacro.
“sei fuori di testa?? quello si è sparato un proiettile dritto nel cervello!!”
“lo so. è così che fa. si è ucciso nello stesso modo di Marcus Erlander, in questo modo riesce a vedere tutti i suoi ricordi fino al momento della morte. potrebbe identificare l’assassino, se Marcus l’ha visto in faccia. se poi la pistola è la stessa, dovrebbe andare anche meglio.”
Jerome rinunciò a qualsiasi risposta, si sedette in terra, appoggiato al muro, fissando il pavimento. gli sembrava una follia, e non gli piacevano le follie.
“cerca di stare calmo” gli intimò Victor. “se sei agitato, potrebbe riuscire a guardarti dentro. non è bello.”

dopo pochi minuti Gael aprì la porta. era in piedi, la testa e la faccia sporche di sangue. ma sembrava intero. un pallore mortale aveva invaso il suo volto, e le vene verdi risaltavano sul suo collo e sulle sue guance.
si sedettero nel medesimo soggiorno che aveva visto 2 uomini morire. Jerome osservava come gli schizzi di sangue e di cervello fossero ancora lì, in terra e sul muro, e nonostante questo, il ragazzo fosse in piedi, davanti a lui. come diavolo era possibile?

“stai bene?” gli chiese Gael. Jerome non rispose. gli tremavano le mani. Gael lo guardò con un sorrisino stanco e tirato, stringendo gli occhi, e il detective sentì uno strano formicolio alla base del collo.

“dunque” Victor interruppe il silenzio, preoccupato. “che hai per noi?”

“è lui.” disse Gael. teneva in mano una delle foto appese in soggiorno. la foto mostrava Marcus Erlander e altre 3 uomini. erano tutti vestiti bene, e a giudicare dall’aspetto della vittima, sembrava scattata almeno 10 o 15 anni fa.
“quello vicino a Marcus. coi capelli neri. certo, adesso sono più grigi, e sono di meno. si è anche fatto crescere i baffi. si conoscevano bene, per questo l’ha fatto entrare. Marcus lo stava ricattando. vedi la foto? era la festa di inaugurazione di una grossa impresa. centri commerciali, negozi, locali. tutto in mano a questi signori qui.” Gael battè il dito sulla foto.
“non andò bene. fallirono dopo 2 anni, sputtanando i soldi degli investitori e dei soci. e qui entra in gioco Marcus. era il loro avvocato, li aiutò a falsificare le carte degli investimenti e della bancarotta. persino le perizie del curatore fallimentare erano false. sostanzialmente tutta la società era falsa. dopo le indagini, saltò fuori che il proprietario vero e proprio non era nessuno di loro, e che, dal punto di vista legale, non erano proprietari di niente. secondo il curatore fallimentare, quello che avevano costruito non valeva nemmeno la metà dei soldi che avevano investito inizialmente.”
Victor ascoltava interessato.
“ma la cosa interessante” continuò Gael “è che i nostri signori qui non poterono essere incriminati. come dicevo, saltò fuori che non erano i proprietari, ma soltanto degli “esecutori”, come dei portavoce, che agivano per conto di qualcun’altro. poco prima del processo, saltarono fuori dei documenti che attestavano che anche loro avevano investito alcune somme in questo affare. praticamente, passarono dalla parte delle vittime truffate. ovviamente era tutto falso, non esisteva nessun grande capo malvagio, e la loro idea era questa fin dall’inizio. Marcus era la chiave di tutto. aveva falsificato ogni singola riga dall’inizio, e ci aveva guadagnato sopra parecchio, come tutti gli altri.”
“allora perchè ricattarli dopo tutti questi anni?” chiese Victor, pensieroso.
“aveva bisogno di soldi, più soldi di prima. cancro. gli serviva un trapianto il prima possibile.”
“abbiamo prove di questo…?”
“del cancro? ci sono le sue cartelle cliniche di sopra, in camera da letto, nel primo cassetto del comodino. per quanto riguarda la truffa, il computer è stato ripulito. al momento dell’omicidio, l’assassino aveva una chiavetta usb a penzoloni dal collo e un bel fascicolo di carte sottobraccio. era venuto a portare i soldi in cambio delle prove. ha consegnato il malloppo, ha avuto le prove, e ha fatto bang.”
Victor si grattò il mento, e Jerome lo guardava incredulo.
“nonostante tutto” riprese Gael “in soffitta, c’è una finta cappa del camino. quella vera passa da fuori, ma quando sei dentro non ci fai caso… è sfuggita al suo assassino. sfondatela, dentro c’è una cassa di metallo con dentro un fascicolo bello grosso. non so di preciso che ci sia dentro, ma sono abbastanza sicuro che sia collegato alla faccenda. si aspettava un furto o qualcosa del genere, non certo una pistolettata in testa….”
“è tutto?” chiese Victor.
“è tutto” rispose Gael. “ora ho bisogno di riposare. per il mio compenso, fai come l’ultima volta.”
Jerome non era più scosso come prima, ora era solo arrabbiato. si rifiutava di credere ad una storia che sapeva da telefilm soprannaturale di serie b, e la cosa che lo faceva incazzare ancora di più era il modo in cui il suo compagno pendeva dalle labbra di quel ragazzino. quello, e l’espressione compiaciuta e superiore di Gael.
“aspetta!” disse rivolto a Gael. non aveva intenzioni precise, voleva solo affrontarlo. dirgli che tutto quello era una stronzata e che lui si rifiutava di crederci. del resto, chiunque avrebbe potuto inventarsi una storia del genere. e per ora l’unica prova tangibile era la foto, e non ci voleva molto a indicare un viso a caso tra quelli.
Gael era sulla porta, si voltò e tornò indietro a grandi passi, avvicinandosi a Jerome.
“andate a verificare le prove, prima di dubitare, detective” gli disse in faccia, sorridendo.
Jerome strinse i pugni sostenendo lo sguardo dell’altro. ma Gael non si scompose.
“la verità è che tu non hai amici, questa città ti fa schifo e non sopporti di non fare le cose a modo tuo, soprattutto se salta fuori che poi non hai ragione. ed è esattamente per questo motivo che ti hanno spostato in questa città d’inferno. anche quella notte pioveva, vero?”
Jerome cadde in ginocchio, come se fosse stato colpito allo stomaco. Gael lo guardò con lo stesso sorriso di prima, ma stavolta una punta di compassione gli deformava di poco le guance.
ritornò sui suoi passi, aprì la porta e venne inghiottito nuovamente dalla notte.
Victor si avvicinò al suo collega, incerto.
“ti avevo detto di stare calmo. lui fa così, credimi. l’ho provato sulla mia pelle.”
Jerome si voltò, triste e scuro in volto per la prima volta da quando aveva messo piede nella Vecchia Città.

“ha ragione.”
“cosa?”
“quella notte. pioveva. la notte in cui uccisi un ostaggio.”

fuori, la Vecchia Città piangeva.

REQUIEM

3 ottobre 2011

la Vecchia Città piangeva.
e Jerome non ne poteva più. era lì da 4 mesi, si era ambientato abbastanza bene, ma non sopportava quando piangeva.
“è normale, ci farai l’abitudine” gli dicevano.
lui non lo sopportava. in realtà era soltanto un temporale. vento. pioggia. altro vento. ma la Vecchia Città aveva un’architettura tutta sua. era strana, le sue strade, i suoi palazzi, le sue case. gli abitanti più vecchi dicevano che a progettarla e costruirla era stato il demonio in persona, incarnato in qualche architetto stramboide.
a Jerome non gliene fregava un cazzo di tutte queste storie, ma era vero che quando c’erano i temporali la Vecchia Città piangeva. il suono che il vento produceva passando tra i suoi cornicioni spigolosi levigati dalla pioggia era simile ad un pianto, un ululato tagliente e straziante.
e a Jerome questo faceva venire i brividi.
quando aveva saputo del trasferimento non si era disperato, ma non aveva nemmeno fatto salti di gioia. anche di quello, non gliene fregava un cazzo. Jerome aveva 33 anni, faceva il detective e indagava sugli omicidi. nella sua vita non c’era molto altro. viveva da solo, non aveva famiglia, aveva solo “conoscenti” e zero amici. gli piaceva beccare gli assassini e sbatterli dentro. punto.

se non fosse stato così terribilmente apatico, forse, non sarebbe durato 4 mesi nella Vecchia Città.

città dove, a parte il pianto, non succedeva molto. era stato affidato ad un detective più esperto, con cui lavorava in coppia. o meglio, avrebbe dovuto lavorare, perchè da quando era lì non c’era stato nessun omicidio. una volta avevano sparato ad un benzinaio, ferendolo alla spalla. caso risolto in 48 ore, visto che il “rapinatore”, che poi aveva rubato troppo poco per essere definito tale, era rimasto a secco durante la fuga, aveva abbandonato il mezzo all’altezza del quartiere lavorativo, e si era dato alla fuga a piedi, cercando disperatamente un mezzo per proseguire. peccato che nel quartiere lavorativo c’erano solo uffici, e dopo le 22 (al massimo) la gente tornava a casa. uffici chiusi, quartiere vuoto, zero persone, zero macchine da rubare. l’avevano trovato che arrancava a piedi poco fuori città.

“che coglione…” pensava Jerome.
venne distratto dal suo partner, che sedeva 2 scrivanie oltre la sua. era al telefono, e parlava serio. in 4 mesi, non aveva mai visto il suo collega parlare così. lo vide poggiare il ricevitore, alzarsi e procedere spedito verso di lui.
il suo collega si chiamava victor, aveva 50 anni, faceva il detective da 20 ed era nato e cresciuto nella Vecchia Città. Jerome non aveva ancora capito se era un tipo umile e discreto o un completo idiota. ovviamente non provava nessun sentimento per lui, come per il resto del mondo.
“vestiti. abbiamo una chiamata.”
Jerome infilò il soprabito e seguì il partner.

2 minuti sulla scena del delitto, e se ne stava già pentendo.
chiamata effettuata da un agente di pattuglia grasso e di mezz’età, balbuziente. parlava con Victor.
“l-l-l’ho ch-ch.chiam–ata p-p-p-p-erch–perchè s-s-s-o che l-l-l-ei s-s-si oo—oooc-c-c-up-pa d-d-i q-q-ques-t-t-e co-co-cocose, d-d-eetec-c-tiv-e…”
“grazie, agente. vediamo cosa abbiamo.”
“cristo.” mormorò Jerome.
entrarono nella scena del crimine. era una casa del cazzo nel quartiere periferico, zona nord ovest della città, all’altezza del quartiere lavorativo. villetta del cazzo, strada del cazzo semideserta, motivo per cui veniva pattugliata da un agente che Jerome avrebbe definito “disabile”.
dentro, nel salotto, c’era un corpo senza testa. il corpo era in terra, accasciato come un sacco di patate. la testa era sparsa sul divano, sul tappeto, sulla parete. pezzi più piccoli sulla mobilia. il cadavere teneva in mano una pistola, e a quanto pareva si era fatto saltare la testa.
“jerome?”
“uh?”
“sai, l’agente di prima avrebbe dovuto essere un detective. l’hanno scartato solo perchè è balbuziente, e disgrafico. ma tutti i suoi test rivelavano un QI di molto sopra la media.”
“il sistema a volte è ingiusto. ma non vedo come possa aiutarci a risolvere un caso che tira al suicidio, e quindi non è un caso.”
“vero. ma se ci ha chiamato vuol dire che un motivo c’è. fatti un giro, vedi se c’è qualcosa di interessante.”
“aha.”
Jerome faceva sempre quello che un superiore gli chiedeva. anche se pensava fosse una cazzata.
Jerome era stato il migliore del suo corso. e anche del suo distretto…. prima di commettere l’errore che l’aveva fatto trasferire.
rimaneva comunque il migliore in quanto a deduzione e spirito di osservazione. la realtà ci offre tutte le risposte che cerchiamo, basta solo saperle osservare, pensava.
guardava le foto. guardava i libri in soggiorno, guardava la tavola apparecchiata in cucina. un uomo normale, sui 65, probabilmente in pensione. nessuna foto con parenti, donne, figli o presunti nipoti. qualche foto antica, in giacca e cravatta assieme a (forse) colleghi. brindavano.
altre foto, feste, l’inaugurazione di un centro commerciale che aveva chiuso anni prima. nessun segno di effrazione, lotta, furto. del resto, si era sparato in testa pochi minuti fa. un ladro sarebbe stato visto, o almeno sentito dall’agente di pattuglia.
la pistola era regolarmente registrata col nome della vittima, che si sarebbe scoperto essere Marcus Erlander, 67 anni, avvocato ormai in pensione.
Jerome trovò il porto d’armi nello studio, in un cassetto vicino al computer. “suicidio.” pensava. guardò la posizione del mouse. da mancino.
fece un rapido ripasso della casa. nelle foto del brindisi Marcus teneva il bicchiere a sinistra.
la tavola era apparecchiata con un cucchiaio a sinistra.
guardò lo scrittoio vecchio stile, con il portapenne.
a sinistra.
sinistra.
“victor.”
“eh?”
“dove ha la pistola il cadavere? in che mano?”
“destra.”
“è….era mancino.”
“abbiamo un caso. chiama la centrale. io chiamo aiuto.”

aiuto? Jerome non capiva. l’unica cosa che gli veniva in mente era un’altra storiella simile a quella degli architetti della città, ovvero di un “consulente esterno” che aiutava in indagini tipo questa. dalle semplici alle complicate. solo per gli omicidi.
ma la cosa più divertente era che nessuno l’aveva visto negli ultimi 9 anni. anche per questo, Jerome era portato a pensare che fossero cazzate.
ma questo aiuto, allora?
non si permise di pensarci mentre chiamava la centrale e si faceva mandare la scientifica e il coroner. aveva un caso, finalmente, e non poteva distrarsi con storielle di fantasmi.

15 minuti dopo la proprietà di Marcus Erlander brulicava di gente.
Victor spiegava alla scientifica e al coroner che voleva un resoconto dettagliato di come fossero andate le cose, soprattutto se l’arma del delitto era quella impugnata dal cadavere.
“direi proprio di sì, a giudicare dal buco e dagli schizzi sulla canna” disse il medico. l’ematologo confermava.

Jerome stava fuori, fumava una sigaretta. vide arrivare un ragazzo sui 25, biondo. jeans, felpa. nonostante il temporale che infuriava. non era molto bagnato, quindi forse era venuto in macchina.
“ciao.” fece il ragazzo.
“spiacente, non puoi entrare. indagine di polizia.” disse jerome, scostante.
“lo so. sono qui per questo.”
“no che non lo sei.”
“devo vedere il detective Victor. è stato lui a chiamarmi.”
prima che Jerome potesse dire qualcosa, il ragazzo entrò senza problemi, quando se ne rese conto era già stato superato. si voltò, in tempo per vederlo parlare con Victor.
“Victor. è un pò che non ci vediamo.”
“lo so. scusa.”
“9 anni. dall’ultima volta. direi quasi che siete degli ingrati.”
“scusa ancora. non dipende da me, però, e tu lo sai.”
“già…sarebbe difficile da spiegare, eh?”

Victor fece terminare la scientifica. passarono altri 45 minuti. il ragazzo biondo stava seduto sul divano del salotto, a fissare il cadavere e la pistola.
“noi abbiamo terminato, detective. è sicuro che vuole lasciare lì la pistola?”
“ve la farò avere domani. andate pure, fatemi avere qualcosa per domani sera.”

rimasero in 3. Jerome, Victor, e il ragazzo biondo.
“che storia è questa?” chiese Jerome.
Victor si rivolse al ragazzo biondo: “puoi farlo? pensi di riuscirci ancora?”
“io ci riesco sempre, Victor.” disse il ragazzo infilandosi i guanti.
si alzò di scatto, prese la pistola, e si fece saltare la testa.
il suo corpo cadde esattamente come quello di Marcus Erlander.
fuori, la Vecchia Città piangeva ancora.

….continua…..

post breve

25 luglio 2011

tornando a casa dal lavoro oggi ho visto 3 ragazze che avranno avuto 35 anni che si facevano foto per strada.

il problema è che 35 anni ce li avevano in 3.

ebbene sì, giovani sgualdrine crescono. grazie a internet, presumo, e ai telefoni cellulari con foto porno incorporate.

ora, il mio dubbio è: a mia figlia di 13 anni lascerei il cellulare mentre va in giro con le sue amiche? oppure gliene comprerei uno? io alla loro età stavo senza, eppure son poi sopravvissuto.
e ancora, un dubbio ben più atroce mi attanaglia: quando queste sgualdrine saranno cresciute del tutto e saranno approfittabili, io sarò ancora in grado di approfittarne?

ai posteri l’hard sentenza.

ma in realtà il tema di cui voglio parlare stasera non è la futura prostituzione legalizzata minorile (che ormai è una banalità, lo sanno tutti, anche i preti) ma è la scaletta su cui si facevano le foto ste qua.

occorre una piccola digressione: la mia città, come molte in italy, ha delle antiche mura medievali. queste mura di solito separano una zona da un’altra, con un dislivello di almeno 10 metri, forse meno. questo dislivello è colmabile da alcune scalette e passaggi seminati lungo il perimetro mural medievale, o almeno per il perimetro rimasto in piedi.
succede che una di queste scalette ai piedi hai un’edicola, che io frequentavo da infante, data la vicinanza alla casa dei nonni poi mia futura abitazione, e che era una scaletta rustica e storica: aveva infatti una stretta parte scivolatoria accanto ai gradini così ci potevi portare la bicicletta in su e in giù. e vista la pendenza del 115% a salire sfaticavi, a scendere sfasciavi (la bicicletta). che cmq alle medie sfasciare la bicicletta è motivo di gaudio e ammirazione dai tuoi coetanei. eh già perchè qualcuno già pensa alle tette/culi/wagina, e il rispetto se lo guadagna lì. io invece che ero tra gli sfigati e lo sarò ancora (uso volutamente un futuro, quindi date pure per scontato che tra 5 anni mi potrete chiamare sfigato), avevo divertimenti idioti come ghiaccio spray nel lavandino della cucina e biciclette sfasciate.
oh, son poi cresciuto lo stesso, dai.
rimane il fatto che questa scaletta che mi ha visto crescere, comprare fumetti, scroccare fumetti porno agli amici meno sfigati (ma ugualmente incapaci), sbucciarmi ginocchia, sfondare parafanghi del mio biciclo, qualche, tanti anni fa è stata rimossa per una cosa in legno illuminata e molto più comoda, meno pendente, meno affaticante, meno porno e meno spartana.
e qui si capisce l’inganno, cioè che se quella scaletta fosse rimasta non ci si farebbero le foto sopra, anzi.

ecco perchè penso che averla tolta sia stato diseducativo, ecco.

social animal

11 luglio 2011

sono in mutande dopo una afosa giornata di lavoro, quindi mi sono detto:

“quale momento migliore per scrivere un bel post sul mio blog zoppicante?”

andiamo indi a incominciar.

l’uomo è un animale sociale, questo lo sappiamo tutti, e in ogni caso basterebbe guardare un video di jenna jameson o laura panerai su you porn per capire che ci piace integrarci in branco.
soprattutto ai fini riproduttivi.
ed è per questo che fin da piccoli, noi cuccioli mammiferai ci inseriamo in numerosi gruppi quali la parrocchia, gli scout, gruppi sportivi o extrascolastici, per arrivare a cose più impegnative in età adulta, vedi gruppi politico/sociali di vario genere, o anche solo circoli sportivi o culturali.
ebbene, il fine ultimo di questi è ovviamente la riproduzione.
eh dai, non venitemi a raccontare che del cucito o dei medici senza frontiere frega un cazzo a qualcuno!
poi si sa, i parrocchiani sono i peggio bestemmiatori dell’intera razza umana, te lo dico io che vanno in parrocchia solo per rimorchiare.

o almeno così dice un caro amico mio, uno saggio. mi ricordo che mentre parlavamo di questo argomento, mi disse, con voce sognante:

“caro amico mio, al mondo ci sono 2 tipi di uomini: quelli a cui piacciono le donne grasse con le tette grosse, e quelli a cui piacciono le donne grasse con le tette piccole.”
“e tu a quale appartieni?” gli chiesi.
“io? a me piacciono i trans.”
e da lì capii cosa ci faceva quella mutanda fallica (dicesi anche strap on, basta digitarlo su you porn e capirete) sul suo comodino.
tuttavia la stima che ho per lui permane.

ma dicevamo, l’uomo è un animale sociale! proprio l’altra sera sentivo il bisogno di esserlo anche io, e quindi decisi di accompagnare un amico ad una festa, imbucandomi.
diciamo che me ne pentii 3 secondi netti dopo, ed ero appena uscito di casa!
“sto migliorando…”pensai. di solito me ne pentivo dopo 10 minuti.

la cosa divertente è che questa socialità si incentra sul futile: sbronza, paglie, droghe leggere, musica a tutto volume. livello di conoscenza: zero barrato.

0

e poi, vogliamo parlare dei social network? cioè, seriamente, dai. tu, utente che ti registri a qualsiasi cosa e che possiedi il mio indirizzo mail, pensi veramente, ma veramente che io abbia bisogno di ricevere una mail da te ogni settimana per ricordarmi che ti sei registrato su linkcazzofacciaculobook(chino) e che vuoi che io mi registri? sei davvero così sciocco? o stronzo?
poi magari non ci sentiamo da mesi, forse anni. ti ho mandato più volte link con i miei lavori o il mio blog. hai mai risposto? col cazzo. allora mi devi triturare i coglioni perchè vuoi che ti faccia salire un counter delle cazzovisite?

spiacente, ho più a cuore la migrazione delle tartarughe nell’emisfero boreale.
lì sì che c’è adrenalina. un pò come quel tipo che conoscevo che andava a puttane, e ne caricava 4, di cui 3 erano in realtà maschi.
“ma ti piacciono i trans?”
“no, perchè?”
“allora perchè vai con 4 puttane quando sai che 3 in realtà sono maschi?”
“mi piacciono le sorprese, non voglio una vita piatta fatta di routine quotidiana!”
“la tua routine quotidiana è andare a puttane?!?”

non mi rispose, e guardò oltre, verso l’orizzonte.

love letter, varie ed eventuali.

28 maggio 2011

cara laura,

ti scrivo perchè penso di doverti qualche spiegazione. scusa se ho aspettato tanto, ma il tempo qui passa così lentamente….
partiamo dall’inizio. il giorno che impazzii, stavo consegnando l’ultima tavola del mio fumetto, “samurai reborn”. so che il titolo non ti è mai piaciuto, ma sai quanto me che spesso era l’editore ad avere l’ultima parola su queste cose. quel giorno mi recai dal grafico, e indossavo le mutande sopra i pantaloni. pensarono subito ad una mia stravaganza artistica, e ci ridemmo su.
ma io non me ne ero accorto.
insomma, mi ero alzato, vestito, e ad un certo punto mi resi conto che non avevo indossato le mutande. allora le infilai, ma avevo già sopra i pantaloni. il punto è che non mi sembrò affatto strano.
se devo essere sincero, forse qualche avvisaglia di pazzia c’era già da prima. ricordi le mie manie, piccole ossessioni, come quando dovevo per forza pulirmi i piedi su un tappeto prima di entrare in un locale, o quando non riuscivo a dormire se il tappeto sotto al letto non era perfettamente stirato. ci ridevamo su…forse quella era già pazzia?
dopo l’episodio delle mutande ne seguirono altri. cominciai a dimenticare cose banali. di accendere il cellulare. di guardare la mail. di chiudere a chiave la porta di casa. l’editore mi pressava, voleva che io continuassi la serie. disegnai un altro episodio, ma ebbi un problema. per 12 pagine disegnai sempre la stessa tavola, che si ripeteva, con qualche piccola differenza. differenze che vedevo solo io e che mi parevano giganti. non te ne parlai perchè in quel periodo non ci sentivamo. ad essere sincero, non ti pensavo. la mia visione delle cose stava cambiando… cominciai a vestirmi sempre uguale, con gli stessi jeans, la stessa maglia. ogni sera li lavavo per averli pronti il giorno dopo. un giorno un amico mi invitò per colazione, e all’improvviso mi venne in mente che non la facevo da un mese. mollai cellulare, mail, telefono, posta, campanello. tutto. ero irreperibile. spesso me ne stavo a spasso a disegnare quello che vedevo. mi piaceva molto disegnare la natura, e anche qualche scorcio della mia città. sparii per 2 giorni. quando tornai trovai l’editore a casa mia, ero in leggero ritardo con le tavole.
“dove cazzo eri? è 2 giorni che ti cerco!”
“ero a firenze.”
“a fare cosa?”
“a disegnare.”
smisi gli occhiali, non mi importava di vedere sfocato. le cose le riuscivo a guardare lo stesso, e se proprio volevo vederle bene allora mi avvicinavo, in modo da vederle anche meglio di prima. con gli occhiali mi sembrava di vedere bene, ma non era così.
non mi interessava più nulla di nulla, certe volte stavo ore al buio cercando di disegnare la stanza senza vederla. a memoria. poi ci provai con altri posti che conoscevo meno. era difficilissimo, pensavo di sapere come erano fatti la mia strada, per esempio, o i soliti locali che frequentavo… ma mi accorsi che non sapevo quasi nulla, davo tutto per scontato. pensai che se davo per scontato quello, chissà quante altre cose mi ero perso. cominciai a pensare di non aver visto mai il mondo in cui vivevo.
cara laura, tu, la mia famiglia, i miei amici…. nessuno di voi avrebbe potuto capire, e del resto eravate ormai l’ultimo dei miei pensieri. credimi, ti ho amato veramente, ma nel modo sbagliato. non so cosa mi venne in mente, ma mi piazzai sul tetto di casa mia e cominciai a guardarmi attorno, guardavo, disegnavo, confrontavo, rifacevo, seguivo i cambiamenti dell’ambiente circostante, contavo, studiavo ogni cosa. finchè qualcuno non chiamò la polizia. forse un vicino, o un familiare. non so.
venni cacciato dentro una clinica, manicomio, ospedale…. chiamalo come vuoi, a me non fa differenza. per i primi mesi non parlai con nessuno, poi cominciai a spiccicare qualche parola. cercai di far capire cosa volevo fare e qual’era il mio obiettivo, ovviamente. non mi interessavano le chiacchere inutili con cui prima ero solito passare il tempo. è anche per questo che ti scrivo: per gentilezza. mi dicono che volevi sapere come sto, ora lo sai, e sai anche che mi è successo, o almeno sai la mia versione. non pensare di venire a trovarmi, perchè per me sarebbe indifferente, e comunque sono occupato qui. devo disegnare tutto quanto, e tra una cosa e l’altra trovo anche il tempo per fare qualche tavola di “samurai reborn”. all’inizio mi avevano tolto carta e matita, dicevano che mi alienava, ma sono diventato violento su me stesso e su gli altri così ora mi concedono di disegnare. non è così male qui, ho tempo per il mio lavoro, e nessuno mi disturba. in camera mia ho 1600 piastrelle e riesco quasi a disegnarle tutte uguali.
ora ti lascio, spero di aver chiarito i tuoi dubbi.

ti invio un disegno che ho fatto mentre scrivevo questa lettera.